Luciano Angeleri, l'artista che disegna sempre lo stesso volto
Ci sono artisti che si riconoscono dalla firma. Luciano Angeleri si riconosce prima, dal volto. Un ovale, una linea verticale che lo taglia in due, una barra orizzontale al posto degli occhi, tre segni per la bocca. Quattro tratti e sai di chi è.
Lo ha disegnato su tela, su ceramica, su colonne di legno alte più di un metro, su tavoli, su paraventi, su lampade, sulle pareti del ristorante che ha tenuto aperto per trent'anni a Biella. Lo ha disegnato con l'olio, con lo smalto, con la foglia d'oro, con schegge di specchio incollate nella materia. E per tutto questo tempo, mentre lo disegnava, scriveva canzoni che parlavano della stessa cosa.
Questa è la sua storia. La raccontiamo perché qualche mese fa dal nostro banco è nata una collaborazione con il Maestro, e prima di parlare di quella ci sembrava giusto parlare di lui.
Un volto, quattro linee, sessant'anni
Nella storia dell'arte del Novecento la semplificazione del volto è una strada battuta. Modigliani allunga i colli e svuota gli occhi. Picasso scompone e rimonta. Brancusi riduce la testa a un ovale di marmo levigato. Sono tutti percorsi che partono dalla figura e la portano verso il segno.
Angeleri sta su quella strada, ma la percorre in un modo suo, e la differenza vale la pena di essere spiegata. Nei suoi quadri il volto non viene distrutto per essere ricostruito. Viene ridotto, come si riduce un fondo in cucina: si toglie l'acqua e resta il sapore concentrato. Alla fine del processo il volto è ancora leggibile come volto, però non è più il ritratto di una persona. È diventato un'insegna, un emblema, quasi un carattere tipografico.
Il critico Bruno Pozzato, che ha firmato il testo del suo catalogo del 2008, ha usato per questo procedimento la formula del primitivismo moderno: la ricerca di quello che sta sotto, prima delle convenzioni. E in effetti le teste di Angeleri hanno qualcosa delle maschere rituali, dei bronzi votivi, delle figure incise sulle stele. Ma sono maschere che ridono, o piangono, o aspettano qualcuno. Non intimidiscono. Restano gentili.
C'è poi un dettaglio che negli anni è diventato la sua impronta più riconoscibile: la linea verticale che divide il viso a metà. Da un lato la luce, dall'altro l'ombra. Da un lato un colore, dall'altro un altro. Come se ogni volto fosse sempre due, e non riuscisse a decidere quale dei due è.
Vercelli, 19 aprile 1941
Nasce a Vercelli, in mezzo alle risaie, nell'anno più difficile del secolo. La città di allora è una capitale del riso e un piccolo centro con una tradizione artistica seria: il Museo Borgogna, la basilica di Sant'Andrea, un istituto di belle arti da cui era passato mezzo secolo prima anche Ambrogio Antonio Alciati, poi professore a Brera.
È lì che il ragazzo impara a disegnare. Non in un'accademia lontana, in una scuola di provincia dove si studiava il mestiere delle arti applicate insieme a quello delle belle arti, e dove la ceramica non era una materia minore.
La ceramica è la prima cosa in cui diventa bravo. Ed è la prima cosa per cui viene premiato.
Il premio di un presidente del Consiglio
Nel 1955 a Biella gli consegnano un riconoscimento come il più giovane ceramista
. Ha quattordici anni. Il premio arriva dalle mani dell'onorevole Giuseppe Pella, biellese di Valdengo, che appena due anni prima era stato presidente del Consiglio dei ministri.
Vale la pena fermarsi un attimo su questa scena, perché dice molto sull'Italia di quel periodo e su cosa significava essere un artigiano bravo in una provincia industriale del Nord. Un ex capo di governo che si prende il tempo di premiare un ragazzino che modella l'argilla non è un aneddoto di colore: è la fotografia di un paese in cui il saper fare aveva ancora uno status pubblico, e in cui la distanza fra il laboratorio e le istituzioni era corta.
Angeleri non ha mai smesso di lavorare la ceramica. Settant'anni dopo, nelle sue sculture dipinte, si riconoscono ancora le mani di quel ragazzo: la materia lasciata grezza dove serve, i buchi passanti, la superficie che porta i segni delle dita, l'oro dato sopra come se fosse una vernice qualsiasi.
Accanto a Casorati
Le note biografiche del Maestro raccontano una collaborazione con Felice Casorati, il pittore torinese che di quegli anni è probabilmente la figura più autorevole del Piemonte, uomo di grande rigore formale e maestro severo all'Accademia Albertina.
È un passaggio su cui la biografia è avara di dettagli, e non abbiamo trovato documentazione che permetta di ricostruire con precisione quando e su cosa i due abbiano lavorato insieme. Lo riportiamo come lo racconta l'artista.
Ma se si guardano le tele di Angeleri con Casorati in mente, qualcosa si vede. La costruzione geometrica sotto la figura. L'ordine dietro l'apparente libertà del tratto. Il fatto che, anche nei quadri più carichi di colore, le proporzioni non scappino mai. Un pittore che ha imparato a comporre da qualcuno che componeva bene si vede, anche cinquant'anni dopo, anche quando dipinge una gattoparda arancione su fondo turchese.
Parigi, Montmartre, e un incontro che merita una precisazione
La sua prima mostra personale, sempre secondo le note biografiche, viene organizzata a Parigi, in una galleria di Montmartre. È lì che incontra Raymond Peynet, l'illustratore francese che aveva creato i due innamorati più famosi d'Europa, quelli che in Italia tutti chiamano Valentino e Valentina.
Nella biografia del Maestro l'episodio viene raccontato come un rapporto di causa: i due innamorati di Peynet sarebbero nati dalla canzone di Angeleri "Lui e Lei". La cronologia però dice un'altra cosa, e preferiamo dirla noi piuttosto che lasciarla scoprire a qualcun altro.
Les Amoureux nascono nel 1942, a Valence, nel dipartimento della Drôme. Peynet aspettava un contatto seduto su una panchina davanti a un chiosco della musica, e per ingannare l'attesa disegnò un violinista dai capelli lunghi che suonava da solo e la ragazza che lo ascoltava. Fu Max Favalelli, direttore della rivista Ric et Rac, a battezzarli. La canzone "Lui e lei" esce trentun anni dopo, nel 1973.
Il che non rende l'incontro meno interessante. Lo rende diverso, e a nostro parere migliore. Un illustratore francese che aveva passato la vita a disegnare due innamorati e un pittore piemontese che avrebbe passato la sua a disegnare lui e lei si sono trovati nella stessa stanza, a Montmartre, e si sono riconosciuti. Due persone che raccontavano la stessa storia in due lingue diverse. Non serve un rapporto di causa per rendere memorabile una cosa così.
1963: il beat, The Sleepings e i primi 45 giri
Qui la biografia ufficiale e i registri discografici raccontano due storie leggermente diverse, e quella dei registri è più ricca.
Angeleri comincia a cantare nel 1963, dieci anni prima di quello che le sue note biografiche indicano come l'inizio della carriera musicale. Fonda un gruppo beat che si chiama The Sleepings, con Ivano Ravasino al basso e Domenico "Mimmo" Catricalà alla batteria. Nel 1965 incidono il primo 45 giri per la Fonit-Cetra, "Sleeping Yum Yum" con "Riderò di te" sul lato B. L'anno dopo arriva il secondo, per la CMS: "Fammi ballar" e "Altre come te".
Sono gli anni in cui in Italia nascono centinaia di complessi come questo, la maggior parte dei quali durerà due dischi e una stagione. Il beat italiano è un fenomeno di provincia prima che di città: ragazzi che imparano tre accordi, si comprano una chitarra elettrica a rate e suonano nelle sale da ballo. Pochi arrivano da qualche parte.
Lui ci arriva. E ci arriva passando dalla porta principale.
1970: il Clan Celentano
Nel 1970 pubblica un 45 giri con il Clan Celentano. Il gruppo si chiama ora Made in Italy, con Delio Ombrella alla batteria, Silvio Pesce al basso e Piero Pollone alla chitarra. Il disco è "Che farai di me" con "W l'amore". L'anno dopo, sempre per il Clan, esce "Lontano" con "O sì o no".
Per capire cosa significa, bisogna ricordare cos'era il Clan Celentano nel 1970. Non un'etichetta come le altre: una casa discografica indipendente fondata da Adriano Celentano nel 1961 per sottrarsi al controllo delle major, con una scuderia di autori e interpreti e un'identità precisa. Nel 1970 il Clan aveva appena vinto Sanremo con "Chi non lavora non fa l'amore". Entrare in quel giro voleva dire essere considerato bravo da gente che di canzoni capiva.
Le note biografiche del Maestro parlano di un contratto con Celentano e di un ruolo di coautore all'interno del clan. È il tipo di dettaglio che, con quarant'anni di distanza e senza accesso agli archivi SIAE, non siamo in grado di ricostruire nei particolari. Quello che è documentato, e che basta, è che due suoi dischi portano il marchio del Clan.
1973: "Lui e lei" e il Festivalbar
Poi arriva la canzone che gli cambia la vita, e che quarant'anni dopo darà il nome anche a una scultura in collezione permanente in un museo all'aperto.
"Lui e lei" esce nel 1973 per Odeon, marchio della EMI Italiana, con "Io e la signora Rosa" sul lato B. Angeleri la porta al Festivalbar, che in quegli anni era la vetrina estiva più importante della musica leggera italiana, la classifica che si costruiva sui jukebox dei bar e che decideva le canzoni dell'estate.
L'anno dopo torna con "Lisà Lisà", stavolta a Un disco per l'estate, l'altra grande manifestazione radiofonica del periodo. E nello stesso 1974 esce "Chi di noi".
Poi la discografia continua per un decennio, e a leggerla di fila si sente cambiare il decennio stesso. "Posso ballare" con "Bahia" nel 1976 per la CGD. "Ricordami" con "Tra fiori rossi e coralli" nel 1978 per la Baby Records. "Blu" con "Donna" nel 1979. "Andiamo al mare" nel 1980. "Cara" nel 1981. E nel 1983 "Un'estate di sesso", che già dal titolo dice in che direzione erano andati quegli anni.
Poi il silenzio discografico, lungo. Fino al 2013, quando pubblica un singolo nuovo dopo anni di inattività. Si chiama "Mare".
Le voci che hanno cantato le sue canzoni
Le note biografiche del Maestro elencano gli interpreti che nel mondo hanno cantato le sue composizioni, e l'elenco è di quelli che fanno alzare un sopracciglio: Perry Como, Sacha Distel, Joe Dassin, Gigliola Cinquetti, i Wall Street Crash. Fra le versioni strumentali vengono citati il trombettista Nino Rosso, il violinista Helmut Zacharias e Santo & Johnny.
Sono nomi che oggi vanno spiegati, perché il tempo li ha portati via dal discorso comune. Perry Como era uno dei crooner americani più venduti del Novecento, un artista da decine di milioni di copie. Sacha Distel e Joe Dassin erano due delle voci più popolari della Francia degli anni Sessanta e Settanta, Dassin in particolare un fenomeno di massa. Gigliola Cinquetti aveva vinto Sanremo e l'Eurovision nel 1964, a sedici anni. Helmut Zacharias era il violinista leggero più famoso della Germania. Santo & Johnny avevano firmato "Sleep Walk", una delle melodie da chitarra più riconoscibili di sempre.
Non siamo in grado di verificare titolo per titolo quali canzoni siano state incise da chi, e non ci proviamo. Ma anche solo la lista degli aspiranti dice qualcosa di preciso: le melodie di Angeleri viaggiavano. Erano scritte in modo abbastanza semplice e abbastanza forte da funzionare in altre lingue, cantate da altre voci, in altri paesi.
È esattamente quello che fa anche il suo tratto. Poche linee, ma linee che si riconoscono da lontano.
Cris
A un certo punto, in tutte le storie di questo tipo, arriva una persona. Nella sua si chiama Cristina Scarlatta, per tutti Cris.
È la compagna della sua vita, ed è la donna che sta dentro i suoi quadri. Non nel senso banale del modello che posa: nel senso che il volto che lui disegna da decenni, quel volto diviso in due con la barra sugli occhi, viene da lei e continua a tornare a lei. Chi ha scritto di Angeleri lo ha notato tutte le volte, senza eccezioni.
Hanno un figlio, Gabriele, che è cresciuto dentro il ristorante di famiglia e che poi ha fatto una strada diversa, fondando una piattaforma digitale per la ristorazione. Ma questo viene dopo.
Prima c'è un punto che riguarda il lavoro, e che è la chiave di tutto quello che il Maestro ha fatto: la donna, nella sua opera, non è un soggetto fra i tanti. È l'unico soggetto. Le canzoni parlano di lei, i quadri la ritraggono, le sculture la riducono a essenza, i totem la mettono in piedi e la fanno alta un metro e mezzo. Perfino la gattoparda, il felino arancione a pois neri che compare in due delle sue tele più belle, ha un volto di donna al posto della testa.
Dedicatissima
C'è una parola che spiega meglio di qualsiasi analisi il rapporto fra Angeleri e le donne dei suoi quadri, e non l'ha inventata un critico. L'ha inventata lui.
Per anni, quando dedicava una canzone a una donna, diceva dedicatissima
. Un superlativo che in italiano non esiste, grammaticalmente sbagliato, e proprio per questo perfetto: dedicata non basta, serve di più, serve un grado che la lingua non prevede.
Nel 2018 quella parola è diventata il titolo di una sua mostra personale allo spazio BI-BOx di Palazzo Ferrero, a Biella. Una mostra che non è rimasta dentro la galleria: si è sparsa per la città, con opere esposte in un laboratorio d'arte, in un ristorante, in un negozio d'arredamento, in un'enoteca, in un'osteria. Per vederla tutta bisognava camminare per Biella con una mappa.
È un modo di esporre molto suo, e molto coerente con tutto il resto. Angeleri non ha mai creduto che l'arte debba stare in un posto separato. L'ha sempre messa dove la gente mangia, beve, si siede, accende una lampada.
1985: l'Orso Poeta
Il posto dove l'ha messa più di tutti si chiamava Orso Poeta, e sta al centro della sua biografia tanto quanto i quadri.
Apre nel 1985 in via Orfanotrofio 7, a Biella, insieme a Cris. Il nome viene dallo stemma della città, che ha un orso. Il poeta è lui.
Non era un ristorante con dei quadri appesi. Era un ristorante fatto da lui: il bancone, i tavoli dipinti come tavolozze, i paraventi con le ballerine appena tracciate, il lampadario, le pareti coperte dai volti delle sue donne e dalle parole delle sue canzoni. Chi lo ha descritto ha usato la parola kitsch, ma sempre correggendola subito dopo: un kitsch non aggressivo, che invece di stancare metteva addosso una vitalità sorprendente.
E poi la musica. Lui cantava, dal vivo, il suo repertorio, fino a notte. Per trent'anni la gente di Biella ha cenato dentro un quadro di Angeleri ascoltando Angeleri.
Il problema, alla fine, è stato proprio quello. Alcuni residenti hanno cominciato a lamentarsi del volume, e la vicenda si è trascinata fino a costringerlo a lasciare la sede storica. Il locale si è spostato in via Italia, nell'ex Garage, in mezzo alla movida. La disputa si era risolta, ma il prezzo da pagare sarebbe stato rinunciare alle note, e per un posto costruito intorno alle canzoni era un prezzo troppo alto.
La chiusura, e una serata per ricordare
La seconda sede è durata un paio d'anni. Poi la saracinesca è rimasta giù.
Quando ha annunciato la chiusura definitiva, il Maestro non ha dato spiegazioni complicate: ha detto che non aveva più l'età per fare le quattro del mattino. Aveva settantaquattro anni. Ha anche chiarito che non andava in pensione, che tornava a dedicarsi a tempo pieno alle sue creazioni.
Ha mantenuto la parola.
Il 23 dicembre 2023, però, l'Orso Poeta è tornato per una sera. È stato lui a organizzare la cosa: una cena musicale a Cittadellarte, la fondazione creata a Biella da Michelangelo Pistoletto, con lui sul palco e una fila di ospiti. L'ha presentata come una serata di musica, ricordi e beneficenza
. L'incasso è andato alla LILT di Biella e a un'associazione onlus del territorio.
Un uomo di ottantadue anni che riapre per una notte il locale che ha chiuso, per raccogliere soldi per la lotta contro i tumori, dentro la fondazione di un altro maestro. Ci sono biografie che si riassumono in una serata.
I totem, la ceramica, le cose da usare
Torniamo alle opere, perché c'è una parte del lavoro di Angeleri che di solito viene raccontata per ultima e che invece è centrale.
Accanto ai quadri, il Maestro ha sempre fatto oggetti. Colonne dipinte alte da quaranta centimetri a un metro e trenta, con un volto su ogni faccia, che lui chiama totem. Lampade con il volto stampato sul diffusore, che quando si accendono lo illuminano da dentro. Tavoli, compreso un triangolare bianco e nero e uno quadrato con un disco al centro. Paraventi con tre ballerine turchesi. Pouf. Sculture in ceramica dipinta con l'oro. E, nel 2009, un tappeto interamente annodato a mano, presentato a Milano durante il Salone del Mobile.
La tentazione, guardando questo elenco, è di dire che sono opere minori. Sarebbe un errore, e chi ha scritto di lui lo ha capito bene: quegli oggetti non sono un'appendice commerciale della pittura, sono la stessa idea di arte, portata dove serve.
L'antecedente storico è la Bauhaus, la scuola di Weimar che negli anni Venti aveva provato a chiudere la frattura fra artigianato e arte, e dove insegnavano Kandinsky e Klee. Ma il riferimento più utile, per capire lo spirito, è Matisse, che di una parte della propria opera diceva che doveva funzionare come una specie di tranquillante per chi la guarda. Non un'arte che aggredisce. Un'arte che rende il posto in cui vivi migliore.
Angeleri lavora esattamente così. E questo, come si vedrà alla fine, è il motivo per cui un laboratorio orafo si è messo a guardare i suoi disegni.
Il colore, e perché non si dimentica
C'è un ultimo elemento formale da mettere sul tavolo, ed è quello che fa girare la testa alla gente nelle sale: il colore.
Angeleri non usa la tavolozza dei pittori tonali, quelli che cercano l'accordo delicato fra grigi vicini. Usa colori pieni, dichiarati, spesso stesi a campiture larghe e uniformi. Turchese. Arancione. Giallo ocra. Rosso scatola di pomodoro. Verde smeraldo. Blu oltremare. Rosa.
E li accosta in modo che nessun manuale approverebbe. Un volto giallo oro su fondo verde acqua. Una figura rosa su fondo giallo limone con le lettere ocra. Una gattoparda arancione a pois neri su turchese, con il muso spaccato in due, metà grigio e metà giallo.
Sono accostamenti che a descriverli sembrano impossibili e che invece funzionano, per una ragione tecnica precisa: il nero. Il tratto che disegna la figura e le lettere stampate sul fondo sono quasi sempre neri, spessi, decisi. Quel nero fa da cornice a ogni campo di colore e impedisce ai colori di litigare fra loro. È lo stesso principio delle vetrate gotiche, dove il piombo separa i vetri e permette al rosso di stare accanto al blu senza che il risultato diventi fango.
Non è un paragone che ci siamo inventati: chi ha scritto del suo lavoro ha notato che le tele più grandi e più recenti sembrano progetti per le vetrate di una cattedrale, sfavillanti di luci e di colori. Aggiungete i frammenti di specchio incastonati nella materia e la foglia d'oro data sopra, e il paragone si chiude da solo.
Per chi lavora i metalli preziosi questo è un discorso familiare. Anche noi passiamo il tempo a decidere dove mettere il lucido e dove il satinato, dove il chiaro e dove il brunito, sapendo che è il contrasto a far vedere la forma, non la forma da sola.
Le parole dentro i quadri
Se si mettono in fila le sue tele, salta agli occhi una cosa che nessun altro pittore italiano fa nello stesso modo: sul fondo, dietro le figure, ci sono sempre delle parole. Grandi, stampate a stampino, ripetute fino a riempire lo spazio, spesso tagliate dai bordi.
ITALIAN FAMILY. MYSTERY GIRL. EVERY DAY. SISTERS. BALLERINA. TIAMOMIAMI. SEI DONNA. GATTOPARDA. AMORE AIUTAMI.
Non sono decorazioni astratte. Sono titoli. E quasi tutti sono titoli di canzoni sue, o versi delle sue canzoni.
Fermatevi un secondo su questo, perché è la cosa più interessante di tutto il suo lavoro. Un quadro che si chiama "Posso ballare stasera con te" nasce da un 45 giri del 1976 intitolato "Posso ballare". Un quadro che si chiama "Ricordami così" nasce da un disco del 1978. "Blu" è un singolo del 1979 e una tela. "Amore aiutami" è una canzone e un dipinto. "Così ogni notte" è un quadro largo due metri il cui titolo è un verso.
Le sue tele, in altre parole, sono i suoi dischi. Il testo che sta sul fondo funziona come un ritornello: ripetuto, martellato, ridotto a poche sillabe che tornano. La figura in primo piano è la strofa. Il colore è l'arrangiamento.
Per questo chi ha scritto di lui parla sempre di dialogo fra musica, arte e gesto, e non come una formula gentile: è la descrizione tecnica di come sono costruiti quei quadri. Sono canzoni dipinte. E se vi sembra un'esagerazione, provate a guardarne uno leggendo il fondo ad alta voce. Funziona.
Anatomia di un volto di Angeleri
Vale la pena smontare il volto pezzo per pezzo, perché una volta che si sanno riconoscere gli elementi non si smette più di vederli.
La forma. Un ovale che si stringe verso il basso, largo sulla fronte e appuntito sul mento. È la triangolazione di cui parlano tutti quelli che hanno scritto di lui, ed è la stessa dalle tele degli anni Settanta alle ceramiche di oggi.
La linea verticale. Scende dal centro della fronte fino alla base del collo e taglia il viso in due. A destra e a sinistra i colori sono diversi, a volte i materiali sono diversi. È il segno più suo di tutti.
La barra sugli occhi. Al posto delle palpebre, una banda orizzontale spessa che attraversa il viso da parte a parte. Gli occhi ci sono, ma sono sotto quella banda, e questo dà a tutti i suoi volti un'aria fra il pensieroso e il cieco, come se guardassero dentro invece che fuori.
La bocca. Due o tre segni, mai un labbro disegnato per davvero. Spesso spostata leggermente di lato rispetto all'asse.
Le lacrime. Gocce allungate che scendono dagli occhi, disegnate una per una. Nei quadri più grandi sono decine.
Le colature. Il colore lasciato scendere di proposito, in righe verticali che partono dall'alto e attraversano tutto il quadro. Danno alle tele l'aspetto di un muro appena dipinto, o di una vetrata sotto la pioggia.
Gli inserti. Frammenti di specchio incollati dentro la materia, foglia d'oro, ceramica, sfere di vetro. Servono a una cosa precisa: fanno entrare nel quadro la luce della stanza e il riflesso di chi guarda. Chi ha scritto del suo lavoro lo ha definito un moltiplicatore della realtà, e la definizione è esatta.
Rimettete insieme i pezzi e avete un volto che è insieme antichissimo e contemporaneo. Una maschera funeraria e un manifesto pubblicitario. Una stele e una copertina di disco.
Il primitivismo, e la questione dei maestri
Quando si prova a collocare Angeleri dentro una casella della storia dell'arte, la parola che salta fuori è primitivismo. Va usata con attenzione, perché ne esistono due versioni molto diverse.
La prima è il primitivismo storico dei primi del Novecento: gli artisti europei che scoprono le maschere africane e oceaniche nei musei etnografici e ne prendono le forme. È la strada che porta alle "Demoiselles d'Avignon" di Picasso nel 1907 e alle teste allungate di Modigliani. Una strada colta, in un certo senso accademica, dove il primitivo è un repertorio da cui attingere.
La seconda versione è più radicale, e riguarda meno le forme e più il gesto: non copiare le maschere, ma tornare al punto in cui una faccia disegnata serviva ancora a qualcosa. A spaventare, a proteggere, a ricordare un morto, a dichiarare un amore.
Il critico che ha scritto il testo del suo catalogo colloca Angeleri nella seconda versione, e osserva che è più radicale dei suoi predecessori proprio perché non si accontenta di prendere le forme: scava nella coscienza collettiva e dà espressione a quello che ci trova, usando insieme i colori, la musica e le parole. Un primitivismo che però resta elegante, gradevole, addirittura decorativo, e che quindi non ha nulla dell'austerità con cui si ammanta di solito questa ricerca.
I riferimenti che vengono fatti nel catalogo sono quattro, e sono tutti pertinenti. Modigliani e Picasso per il volto. Lucio Fontana per la ceramica, quella degli ultimi anni, informe e materica, dove il colore è dato addosso alla forma senza rispettarla. E i totem dell'Arte Povera, la stagione italiana che negli anni Sessanta e Settanta metteva insieme materiali umili e forme archetipiche, e che a Biella ha una sua capitale nel lavoro di Michelangelo Pistoletto.
Cosa che rende la cena del 2023 a Cittadellarte, la fondazione di Pistoletto, un cerchio che si chiude in modo piuttosto elegante.
2008: Archeologia del presente
Nel 2008 arriva la mostra che dà un nome a tutto questo, e il nome è così giusto che da allora si usa per descrivere il suo lavoro anche fuori da quella occasione.
Si intitola "Archeologia del presente" e sta al Salone Dugentesco di Vercelli, un edificio del Duecento costruito per dare ricovero ai pellegrini della Via Francigena, di fronte alla basilica di Sant'Andrea. La mostra è un evento collaterale della grande rassegna vercellese dedicata a Peggy Guggenheim e alla nuova pittura americana, ed è curata da Serena Mormino con l'associazione culturale AMARTE.
Il catalogo che ne è nato, con il testo critico di Bruno Pozzato, le fotografie di Franco Ramella e un contributo di Cris Angeleri, resta il documento più completo su quella fase del suo lavoro. Ci sono le tele grandi, i trittici, i totem, le sculture in ceramica, gli arredi, il ristorante fotografato di sera con le candele accese.
Ma è il titolo la cosa da tenere. Archeologia del presente vuol dire scavare nell'oggi come si scava in un sito antico: trovare, in una faccia disegnata adesso, la stessa faccia che qualcuno ha inciso su una pietra tremila anni fa. Non è nostalgia. È il contrario: è la scoperta che certe forme non invecchiano perché non sono mai state giovani.
Per un mestiere come il nostro, che lavora su oggetti destinati a passare da una generazione all'altra, quel titolo dice qualcosa di molto pratico.
Otto opere da conoscere
Se dovessimo indicare da dove cominciare, indicheremmo queste. Le misure sono quelle riportate nel catalogo del 2008.
Italian Family, trittico, 65 × 110 cm ciascun pannello
È l'opera che apre il catalogo, e va guardata con un occhio al fondo. Tre pannelli, tre volti d'oro, e dietro ognuno le parole ITALIAN e FAMILY stampate a ripetizione. Il primo pannello ha il fondo verde. Il secondo bianco. Il terzo rosso.
Non è un caso. È una bandiera, con tre famiglie dentro. Un quadro che a distanza si legge come un tricolore e da vicino come un ritratto di gruppo.
Per questo amore, dittico, 150 × 200 cm ciascun pannello
La più grande, e la più impressionante da vedere dal vivo: due pannelli affiancati per quattro metri di lunghezza. Al centro un volto enorme tracciato con una sola linea rossa, dentro il quale scendono le lacrime. Intorno, a riempire tutto lo spazio, il testo nero stampato riga dopo riga, che a un certo punto smette di essere leggibile e diventa tessitura.
Nel catalogo la scala è resa affiancando all'opera la silhouette rossa di una figura umana. Serve, perché senza quel riferimento le proporzioni non si capiscono.
Un giorno tu mi avrai, 122 × 120 cm
Fondo ocra, volto grigio perla, lettere rosse. Gli occhi e la bocca sono fatti con frammenti di specchio incastonati nella materia, quindi cambiano a seconda di dove vi mettete. Dal fondo pendono fili rossi verticali, come una pioggia sottile che attraversa tutto il quadro.
È il quadro dove il meccanismo dello specchio si vede meglio: chi guarda entra dentro l'opera senza volerlo.
La gattoparda, 122 × 120 cm
Un felino arancione a macchie nere, seduto di profilo, con la coda arrotolata. Al posto della testa un volto di donna spaccato in due, metà grigio e metà giallo, con la solita barra sugli occhi. Fondo turchese, con la parola GATTOPARDA ripetuta fino a riempire tutto.
Esiste in due versioni, una più piccola di 64 × 54 cm e questa grande, e c'è anche una scultura in ceramica sullo stesso tema. È probabilmente l'immagine più immediatamente simpatica di tutta la sua produzione, e quella che funziona meglio con chi non frequenta l'arte contemporanea.
Tiamomiami: un titolo, cinque oggetti
Questo non è un pezzo, è un caso di studio, e spiega il suo modo di lavorare meglio di qualsiasi altro esempio.
Tiamomiami, parola composta che unisce "ti amo" e "Miami", nel catalogo compare come tela di 70 × 92 cm, come totem alto 110 cm, come lampada alta 85 cm, come tavolo di 130 × 130 cm e come pouf. Cinque oggetti, cinque funzioni, un solo titolo e lo stesso volto.
Nessun pittore che consideri la pittura superiore all'arredo lavora così. Angeleri parte da un'immagine e la porta dove serve, senza gerarchie.
Ricordo di un amore, 59 × 53 cm
Fondo blu profondo, con la parola RICORDO stampata più scura sopra il blu, quindi quasi invisibile. La donna ha un caschetto castano e il volto diviso, metà avorio metà lilla. Sulla spalla, appoggiato, un piccolo aeroplano di carta bianco.
È fra le sue opere più contenute e più riuscite. L'aeroplanino di carta fa tutto il lavoro emotivo che in altri quadri fanno le lacrime, e lo fa con più leggerezza.
Lei bianca lui nero, scultura dipinta, 28 × 14 × 37 cm
Due mezzi volti in ceramica, uno bianco e uno nero, affiancati e separati da una fessura verticale che passa in mezzo. Intorno, forme colate e buchi passanti, con l'oro dato sui bordi.
Se dovessimo scegliere un solo oggetto per spiegare la sua poetica a qualcuno che non l'ha mai visto, sceglieremmo questo. C'è tutto: la divisione a metà, lui e lei, il bianco e il nero, l'oro, la ceramica lasciata ruvida.
I buchi neri, scultura dipinta, 32 × 29 × 40 cm
L'opera più astratta del gruppo. Una forma ovoidale in ceramica chiara, con due grandi cavità circolari bordate d'oro e una linea che le collega. Del volto restano soltanto due occhi vuoti.
Guardata di sfuggita, è una pietra. Guardata bene, è ancora una faccia. È esattamente il punto di arrivo della sua sottrazione, e il pezzo che rende chiaro perché la parola archeologia, nel titolo della mostra del 2008, non era un vezzo.
Portofino, Venezia, Milano: il decennio delle istituzioni
Dopo il 2008 il percorso espositivo cambia scala.
Nel 2010 una sua opera viene collocata al museo internazionale di scultura all'aperto del parco di Portofino, con la curatela di Serena Mormino. È un totem, e si chiama "Lui e Lei": lo stesso titolo della canzone del 1973. Trentasette anni dopo, la canzone è diventata una scultura permanente affacciata sul mare.
Nel 2011 realizza l'allestimento della rotonda di Biella per il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia. Nel 2013 partecipa a "Open 16", esposizione internazionale collaterale alla Biennale di Venezia, ancora con AMARTE. Nel 2017 è in Argentina, in una mostra dedicata ad angeli e artisti. Nel 2018, oltre a "Dedicatissima" a Biella, espone a Milano in una mostra umanitaria. Nel 2019 è alla Biennale di Milano, all'International Art Meeting presentato da Vittorio Sgarbi, e a un evento internazionale a Berlino. Nel 2020 è in collettiva a Palazzo Fantuzzi a Bologna e riceve il premio alla carriera artistica del Maco Museum. Nel 2022 è a Taormina.
Messo in fila, è il curriculum di un artista che a settant'anni compiuti ha accelerato invece di rallentare. Cosa che, statisticamente, non capita spesso.
2020: venti giorni
Nel novembre 2020 la moglie e il figlio pubblicano un messaggio su Facebook. Il Maestro è in ospedale a Biella da venti giorni, ricoverato per il coronavirus, e la situazione è delicata. Nel messaggio chiedono una cosa semplice: che chi ha voglia scriva, pensi, faccia qualcosa per lui.
Scrivono anche che, nonostante tutto, Luciano ha ancora il sorriso, il sarcasmo e l'amore per la vita che lo hanno sempre contraddistinto.
Vercelli e Biella hanno risposto in massa. I giornali locali hanno seguito la cosa giorno per giorno. Poi è arrivata la notizia buona.
Quando ne ha parlato, dopo, il Maestro non ha fatto retorica. Ha detto di essere nato a Vercelli, di aver scritto canzoni diventate celebri e di aver fatto quadri e sculture, e ha riassunto tutto in cinque parole: la vita mi ha dato tanto
.
Ottant'anni, un quadro regalato alla città
Il 19 aprile 2021 compie ottant'anni. Per festeggiare non organizza una mostra: regala un quadro alla città che lo ha adottato, e quel quadro diventa una cartolina ricordo.
Nello stesso anno, quando il Giro d'Italia parte da Biella per la tappa verso Canale, firma un omaggio alla corsa. I giornali locali, in quell'occasione, lo chiamano con un titolo che gli sta addosso meglio di qualunque altro: il canta-pittore.
Negli anni successivi continua: mostre collettive, serate, il ricetto di Candelo, la biblioteca civica di Biella con un evento dal titolo scherzosamente provocatorio, la cena all'Orso Poeta per una notte. Un uomo che a ottantacinque anni ha ancora un calendario.
Cronologia essenziale
- 1941 Nasce a Vercelli il 19 aprile.
- 1955 A Biella riceve un premio come il più giovane ceramista, dalle mani dell'onorevole Giuseppe Pella.
- 1963 Comincia a cantare e fonda il gruppo beat The Sleepings.
- 1965 Primo 45 giri per Fonit-Cetra con i The Sleepings.
- 1970 Pubblica per il Clan Celentano con la nuova formazione, i Made in Italy.
- 1973 Esce "Lui e lei" per Odeon, e la porta al Festivalbar.
- 1974 "Lisà Lisà" a Un disco per l'estate, e "Chi di noi".
- 1974 e 1977 Personale alla galleria d'arte internazionale di Legnano, poi recital e mostra all'auditorium Santa Chiara di Vercelli.
- 1979 e 1983 "Blu", poi "Un'estate di sesso": gli ultimi singoli prima della lunga pausa.
- 1981 Premio Apuania a Montignoso, in Versilia.
- 1985 Apre l'Orso Poeta a Biella, in via Orfanotrofio, con Cristina Scarlatta.
- 1991, 1996, 2003, 2004 Personali a Biella e a Vercelli.
- 2005 Personale a Lione.
- 2007 "Le sue ballerine" all'Opificiodellarte di Biella.
- 2008 "Archeologia del presente" al Salone Dugentesco di Vercelli, a cura di Serena Mormino con AMARTE, evento collaterale della rassegna su Peggy Guggenheim.
- 2009 Presenta un tappeto annodato a mano al Fuori Salone di Milano.
- 2010 Il totem "Lui e Lei" entra nella collezione permanente del museo di scultura all'aperto del parco di Portofino.
- 2011 Allestisce la rotonda di Biella per il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia.
- 2013 "Open 16", collaterale alla Biennale di Venezia. Esce il singolo "Mare".
- 2015 circa Chiude definitivamente l'Orso Poeta, dopo trent'anni.
- 2017 Espone in Argentina.
- 2018 "Dedicatissima" al BI-BOx di Palazzo Ferrero, diffusa in sei sedi in città. Mostra umanitaria a Milano.
- 2019 Biennale di Milano, International Art Meeting presentato da Vittorio Sgarbi. Evento internazionale a Berlino.
- 2020 Collettiva a Palazzo Fantuzzi, Bologna. Premio alla carriera artistica del Maco Museum. In novembre viene ricoverato per il coronavirus e ne esce.
- 2021 Compie ottant'anni e regala un quadro alla città di Biella. Firma un omaggio al Giro d'Italia.
- 2022 Espone a Taormina.
- 2023 Riporta in vita l'Orso Poeta per una serata di beneficenza a Cittadellarte.
- 2026 Nasce una collaborazione con L'Atelier Orafo 57/25.
Perché un atelier orafo guarda un pittore
Arriviamo al punto che ci riguarda, e proviamo a spiegarlo senza girarci intorno.
Il nostro mestiere è mettere un segno dentro un metallo prezioso in modo che ci resti per sempre. È un mestiere fatto di sottrazione: si incide, si toglie, si apre un solco. Non si aggiunge niente, si porta via del materiale, e quello che rimane deve valere il vuoto che si è creato.
Ora rileggete come lavora Angeleri. Riduce. Toglie il contorno, toglie il naso, toglie i particolari, toglie tutto quello che serve a riconoscere una persona, e tiene solo quello che serve a riconoscere uno sguardo. Alla fine gli restano quattro linee, e quelle quattro linee bastano.
Sono due mestieri che fanno la stessa operazione con strumenti diversi.
C'è poi la seconda cosa, che conta almeno quanto la prima. Angeleri non ha mai considerato l'arte una faccenda da tenere in una stanza a parte. Ha dipinto tavoli e paraventi, ha disegnato un tappeto, ha costruito un ristorante intorno ai propri quadri, ha fatto lampade perché volevano essere accese. Un artista che pensa alle cose che la gente usa non ha bisogno che gli si spieghi cosa significa un oggetto portato addosso ogni giorno. Lo sa già.
E c'è una terza cosa, più difficile da dire senza sembrare sentimentali. Il volto che disegna da sessant'anni è sempre lo stesso volto perché è sempre la stessa persona. Un uomo che ha passato una vita a dedicare canzoni e quadri alla donna che ha accanto capisce esattamente cos'è un gioiello. Non un ornamento. Una dedica che si può mettere.
Una parola sola: SEGNI
Qualche mese fa il Maestro e il nostro atelier hanno iniziato a lavorare insieme. È nata una collaborazione, e ne è nato qualcosa.
Per adesso vi diciamo soltanto la parola con cui l'abbiamo chiamata, perché è la parola giusta e perché è sua prima che nostra.
SEGNI.
Nient'altro. Non i pezzi, non i materiali, non le forme. Chi lavora al banco sa che le cose si mostrano quando sono finite, non quando sono a metà, e ci sono ancora dettagli su cui stiamo discutendo con la testa bassa sul tavolo.
Diremo tutto molto presto. Nel frattempo, se questa storia vi ha incuriosito, il posto giusto dove guardare sono le opere del Maestro: angeleriluciano.it. Guardate i volti, contate le linee, leggete le parole sul fondo.
Poi tornate qui.
Domande frequenti su Luciano Angeleri
Chi è Luciano Angeleri?
È un artista italiano nato a Vercelli il 19 aprile 1941 e residente a Biella. Ha lavorato per oltre sessant'anni come pittore, scultore, ceramista, designer di arredi, cantante e compositore. La sua opera è riconoscibile per i volti femminili ridotti a poche linee, divisi verticalmente a metà, con una barra orizzontale al posto degli occhi.
Che tecnica usa?
Nelle opere su tavola e su tela usa olio e tecnica mista, con spessori di sei centimetri, inserendo nella materia frammenti di specchio, foglia d'oro, ceramica e sfere di vetro. Nelle sculture lavora la ceramica dipinta. Ha realizzato anche arredi dipinti, lampade, paraventi, tavoli e un tappeto annodato a mano.
Perché nei suoi quadri ci sono delle parole scritte?
Perché sono titoli di canzoni sue, o versi. Angeleri ha condotto in parallelo la carriera musicale e quella pittorica, e nei quadri il testo stampato sul fondo funziona come il ritornello di una canzone: ripetuto, martellato, ridotto a poche sillabe.
Le sue canzoni sono state cantate da altri artisti?
Le note biografiche dell'artista indicano fra gli interpreti Perry Como, Sacha Distel, Joe Dassin, Gigliola Cinquetti e i Wall Street Crash, oltre a versioni strumentali di Nino Rosso, Helmut Zacharias e Santo & Johnny. Le sue incisioni personali documentate vanno dal 1965 al 1983, con il ritorno del singolo "Mare" nel 2013. Nel 1970 e nel 1971 ha pubblicato per il Clan Celentano.
Dove si possono vedere le sue opere?
Una sua scultura è in collezione permanente al museo internazionale di scultura all'aperto del parco di Portofino. Il resto della produzione è in collezioni private e in mostre temporanee. Il sito ufficiale dell'artista, angeleriluciano.it, raccoglie una selezione di dipinti, sculture e pezzi di design.
Cos'è SEGNI?
È il nome della collaborazione nata qualche mese fa fra il Maestro Luciano Angeleri, Serena Mormino e L'Atelier Orafo 57/25. Per ora è tutto quello che possiamo dire. I dettagli arrivano molto presto.